Chi di noi non è stato almeno una volta in Spagna? È quasi impossibile non esserci stati. Eppure, quando pensiamo alla Spagna, la mente corre quasi sempre agli stessi posti: le isole Canarie, la Costa Brava, Barcellona, il mare cristallino visti mille volte sui profili degli influencer o nelle inserzioni delle agenzie di viaggio.
Immagini bellissime, certo. Ma anche un po’ tutte uguali.

E se vi dicessimo che esiste una Spagna completamente diversa? Una che non finisce sulle brochure, che non conosce i selfie davanti ai monumenti e che, invece del sole da resort, ti offre vento, oceano e una lentezza che ormai in pochi sanno ancora praticare.

E’ la zona nord della Spagna, e nell’agosto del 2025 siamo andati a scoprirla.
Un angolo d’Europa bagnato dall’Oceano Atlantico, dove in pochi chilometri si passa dal basco al cantabrico o al galiziano, dove i paesi hanno ancora un’anima propria e il turismo di massa non è ancora arrivato.
Il nostro viaggio è cominciato a Bilbao, sul lungofiume della città basca, con il suo monumento principale, il Guggenheim che luccicava alle spalle e i vecchi bar del Casco Viejo che aspettavano davanti.
Si è concluso a Muxía, in Galizia, dove le onde dell’Atlantico si scontrano contro i massi del Santuario di Santa Maria de Finibus, a Finisterre e oltre non c’è più niente solo mare aperto. La fine del mondo, come in passato si credeva.
Benvenuti nel nostro itinerario nella Spagna del nord: un viaggio per chi ha già visto le isole e vuole qualcosa di diverso.


Tips

Clima:

Dimentica l’idea della Spagna assolata e secca. Il nord e soprattutto la Cornisa Cantábrica ha un clima atlantico, il che significa verde tutto l’anno, umidità costante e un cielo che può cambiare ogni mezz’ora.
D’estate le temperature si aggirano tra i 18 e i 26 gradi, raramente di più, con frequenti nuvole mattutine che spesso sparicono nel pomeriggio.
Agosto è il mese migliore per visitare questa zona: è il più stabile, i giorni sono lunghi e le probabilità di pioggia si abbassano rispetto alla primavera.
Porta sempre uno strato impermeabile leggero, anche in piena estate.
La Galizia in particolare è una delle zone più piovose d’Europa: Muxía e la costa atlantica possono essere ventose e nebbiose anche ad agosto, il che le rende spettacolari ma richiede un abbigliamento a strati.

Come raggiungere il nord della Spagna dall’Italia:

Le opzioni principali per raggiungere questa parte di Spagna dall’Italia sono diverse, e la scelta dipende molto da dove volete iniziare il vostro itinerario.

Volo direttoScalo a Madrid (la nostra scelta)Auto / Camper / Moto
Bilbao, Santander e Asturias hanno aeroporti propri con voli da Milano o Roma, spesso con Vueling o Ryanair.
Molto comodi quindi da raggiungere.
Volo da Italia a Madrid, poi volo interno su Bilbao.
Ottimo se si combina con qualche giorno nella capitale.
Da nord Italia circa 12-14 ore di guida. Ideale per chi ama la libertà totale e può prendersi più giorni.

Nel nostro caso, eravamo già a Madrid in visita alla capitale, quindi abbiamo scelto un volo interno fino a Bilbao rapido, economico e comodo.
Se invece partite direttamente dall’Italia, vale la pena cercare un volo diretto su Bilbao: evita lo scalo e vi mette subito nel cuore del viaggio.

Come muoversi:

l nord della Spagna non si esplora bene con i mezzi pubblici. I treni esistono, ma le connessioni tra i borghi più piccoli sono lente o inesistenti, e perdere la spontaneità di fermarsi dove si vuole sarebbe un peccato in un percorso come questo.
Noi abbiamo noleggiato un’auto direttamente all’aeroporto di Bilbao e non abbiamo avuto dubbi: è stata la scelta giusta e che vi suggerirei.
Le strade sono in ottimo stato, i paesaggi scorrono in modo completamente diverso rispetto a un viaggio in pullman.
Le distanze tra una tappa e l’altra si percorrono in 1-2 ore al massimo, spesso con panorami, e che valgono quindi il viaggio.

Le nostre sistemazioni, tappa per tappa:

Abbiamo scelto strutture molto diverse tra loro e questo ha reso ogni tappa un’esperienza.

1° e 2° GIORNO: SOGGIORNO A BILBAO
Rock&Rooms
Appartamenti situati in un’ottima posizione per esplorare il Casco Viejo a piedi.
Perfetto per chi vuole vivere la città senza spendere troppo.

3° e 4° GIORNO: SOGGIORNO A SANTILLANA DEL MAR
La Casuca de Candela
B&B vicinissimo al borgo medievale più bello della Cantabria.
Atmosfera autentica.

4° e 5° GIORNO: SOGGIORNO A OVIEDO
Ibis Oviedo
Catena affidabile, pulita e ben posizionata. Ideale per le tappe di transito in città: nessuna sorpresa, tutto quello che serve.

5° e 6° GIORNO: SOGGIORNO A LUGO
La Finca Hotel
Struttura in campagna fuori Lugo, tranquilla e verde.
Hotel completamente nuovo, con ottimo rapporto qualità prezzo.
La nostra “pausa” dal ritmo delle città prima dell’ultimo tratto verso l’Atlantico.

6° e 7° GIORNO: SOGGIORNO A MUXIA
Hotel Playa de Lago
Il finale perfetto: hotel fronte oceano, onde che si sentono dalla stanza.
Il posto giusto per chiudere un viaggio come questo.

Consiglio generale: in agosto il nord della Spagna è spesso gettonato dagli spagnoli in fuga dal caldo.
Il nostro consiglio è quindi quello di prenotare con almeno 4-6 settimane di anticipo, soprattutto per i B&B, che tendono ad essere non disponibili molto velocemente.


Il nostro Tour

1° Giorno:

Bilbao: il titanio, i pintxos e la città che ci ha accolti di prima mattina
Arriviamo all’aeroporto di Bilbao di prima mattina, con la testa ancora un po’ annebbiata dal volo.
Recuperiamo i bagagli, passiamo al centro noleggio e in pochi minuti siamo già in macchina, con il sole nel viso e un sorriso che non sappiamo ancora se è stanchezza o eccitazione. Probabilmente entrambe le cose.
Il centro di Bilbao dista una ventina di minuti dall’aeroporto. Troviamo parcheggio, non senza qualche difficoltà, d’altronde siamo in un centro città molto popolato.
Da qui, partiamo a piedi verso il Casco Viejo, il centro storico.
Prima tappa obbligata: un bar per colazione. Il caffè spagnolo di prima mattina è una cosa seria, e dopo ci sentiamo pronti ad affrontare qualsiasi cosa.

Pronti ad affrontare qualsiasi cosa, tranne il fatto che a Bilbao, alle 9 di mattina, è tutto chiuso.

È uno di quegli aspetti della cultura spagnola che si sa in teoria, ma si dimentica sempre in pratica: la città si sveglia tardi. Negozi, musei, attrazioni tutto apre intorno alle 10-11.
Il che, visto con gli occhi giusti, è quasi un regalo: ti obbliga a camminare senza meta, a guardarti intorno, a scoprire come si muove una città prima che il turismo si accenda.
E così abbiamo fatto.
Bilbao di prima mattina è bellissima le strade del Casco Viejo quasi deserte, la luce che entra tra i palazzi stretti, qualche pensionato con il giornale.

Abbiamo camminato fino al fiume e da lì ci siamo ritrovati davanti a lui: il mastodontico Guggenheim Museum.
Inaugurato nel 1997 su progetto dell’architetto Frank Gehry, il Guggenheim di Bilbao è uno degli edifici più fotografati e riconoscibili del mondo.
Le sue facciate curve rivestite di lastre di titanio pensate per durare oltre 100 anni cambiano colore con la luce del giorno: grigio perla al mattino, oro acceso al tramonto.
Non è solo un museo d’arte contemporanea: è il simbolo di una rinascita intera.
Negli anni ’90 Bilbao era una città industriale in crisi; il Guggenheim ha innescato quello che urbanisti e architetti chiamano oggi il “Bilbao effect” la capacità di un’architettura iconica di rigenerare un’intera città. Missione riuscita.
La sagoma ricorda quella di una nave non a caso, il titanio delle facciate fu scelto anche per la sua somiglianza con le squame di un pesce, un omaggio al fiume e al passato marittimo di Bilbao

Una delle cose che non ti aspetti del Guggenheim di Bilbao è che le opere le trovi ancora prima di comprare il biglietto.
All’esterno del museo, lungo il lungofiume e sulle terrazze, ci sono tre installazioni permanenti che da sole giustificano una visita.
E la cosa bella è che sono tutte e tre gratuite, accessibili a chiunque passi.

Puppy – È il primo benvenuto che ti dà il museo.
Un cucciolo di West Highland White Terrier alto quasi 13 metri, realizzato interamente in acciaio e ricoperto da oltre 38.000 piante e fiori vivi.
I fiori cambiano due volte l’anno; begonie, petunie e calendule in primavera-estate; varietà più resistenti in autunno-inverno quindi Puppy non è mai esattamente uguale a sé stesso. È, a tutti gli effetti, un’opera d’arte vivente.
Jeff Koons lo ha concepito nel 1992 ispirandosi, all’equilibrio delle cattedrali barocche tra simmetrico e asimmetrico, tra eterno ed effimero. Il risultato è un’opera che riesce a essere allo stesso tempo monumentale e tenera, pop e filosofica. Difficile non sorridere davanti a Puppy.

Tall Tree and the Eye
Sul retro del museo, affacciata sul rio Nervión, trovi qualcosa di completamente diverso: una torre di 73 sfere in acciaio inossidabile specchiante, alta circa 13 metri, che riflette tutto ciò che le sta intorno.
L’opera è dell’artista britannico-indiano Anish Kapoor, lo stesso autore del celebre Cloud Gate di Chicago (“il fagiolo, per intenderci”).
Ogni sfera riflette e distorce le altre, creando un effetto visivo ipnotico in cui è impossibile capire dove finisce la scultura e dove comincia il paesaggio.
Kapoor lo chiama “instabilità della visione” il modo in cui ciò che vediamo è sempre soggettivo, sempre frammentato.

Maman
Se Puppy ti fa sorridere e Tall Tree ti ipnotizza, Maman è tutta un’altra storia soprattutto se soffri di aracnofobia. È un ragno. Gigante.
Dieci metri di altezza, zampe sottili in bronzo e acciaio che sembrano abbracciare il terreno, e sotto il ventre un sacchetto in marmo pieno di uova.
L’ha creata l’artista franco-americana Louise Bourgeois nel 1999, e il titolo Maman, “mamma” in francese dice tutto.
Il ragno è un omaggio alla madre che ha perso a soli 21 anni.
La madre che tesse, protegge, crea. Allo stesso tempo predatrice e nutrice, esattamente come la vita.
Quella di Bilbao è considerata la copia più iconica delle otto installate nel mondo le altre si trovano davanti all’Ermitage di San Pietroburgo, alla Tate Modern di Londra, a Ottawa. Guardandola dal basso, con quelle zampe che si arcuano sopra la testa, è impossibile non sentirsi piccoli nel senso migliore del termine.
Nella foto qui sotto, Laura che affronta e sconfigge la sua paura dei ragni. Impresa non da poco.

tra una passeggiata, una foto e la visita al museo, arrivato il primo pomeirggio, ci siamo riversi verso il castello di Gaztelucaxtze, il famoso castello di trono di spade.

Gaztelugatxe: la Roccia del Drago esiste davvero, ed è a mezz’ora da Bilbao

Nel primo pomeriggio, dopo una mattinata tra le vie del Casco Viejo e le sculture del Guggenheim, ci siamo diretti verso una delle mete più spettacolari dell’intera costa basca: 
San Juan de Gaztelugatxe. Circa 35 chilometri da Bilbao, meno di mezz’ora di macchina lungo la costa e un paesaggio che cambia completamente.

Se il nome non vi dice nulla, prova con questo: Dragonstone. La Roccia del Drago. Sì, esattamente quella de Il Trono di Spade.
Nella settima stagione di Game of Thrones, Gaztelugatxe diventa la fortezza di Dragonstone il luogo ancestrale della casata Targaryen, dove Daenerys torna dopo anni di esilio per iniziare la conquista dei Sette Regni.
Nella realtà,Gaztelugatxe che in basco significa letteralmente “castello difficile” o “castello di roccia” situato in un’isola e collegato alla terraferma da un ponte di pietra serpentino, in cima al quale si trovano i resti di un eremo dedicato a San Giovanni Battista le cui origini risalgono al IX secolo.
Nel corso dei secoli ha cambiato funzione molte volte: convento, fortezza difensiva contro gli attacchi del re di Castiglia Alfonso XI, prigione durante l’Inquisizione spagnola.
Ogni volta è stato distrutto e ricostruito.
La chiesa che si vede oggi non è quella originale, ma porta con sé tutto il peso di quella storia.
Il consiglio che vi possiamo dire se volete visitare il castello è quello di prenotare prima di partire.
L’accesso a Gaztelugatxe è gratuito, ma contingentato
gli ingressi sono limitati per fascia oraria per proteggere l’ecosistema e la flora locale. In alta stagione (luglio e agosto soprattutto) i ticket vanno esauriti anche con giorni di anticipo.
Vi condivido il link del sito ufficiale.
Una volta prenotato, basterà mostrare l’email di conferma sul cellulare all’ingresso non è necessario stampare nulla.
Dovrete scegliere giorno e fascia oraria, quindi organizzatevi di conseguenza.
Anche i parcheggi sono limitati: in agosto si riempiono presto, ma se avete un pò di pazienza qualche posto si libera sempre..

Due spiagge, una cena di pesce e i cani di Zarautz:

Finita l’esperienza quasi mistica di Gaztelugatxe, abbiamo deciso di spingerci ancora un pò verso est, avvicinandoci al confine con la Francia.
Il pomeriggio era caldo, il cielo sgombro.
Così, quasi senza pianificarlo, ci siamo ritrovati in costume sul bordo dell’Oceano Atlantico.
La prima tappa è stata la Playa de La Concha, a San Sebastián, e non poteva esserci battesimo migliore per il primo bagno della vacanza.
È considerata una delle spiagge urbane più belle d’Europa, e dopo averla vista dal vivo capiamo perché.
Una mezzaluna di sabbia fine e dorata lunga oltre 1.300 metri, incastonata tra il porto peschereccio e le colline del Monte Urgull e del Monte Igueldo che la proteggono dai venti atlantici.
Il risultato è un’acqua sorprendentemente calma per essere l’Oceano Atlantico.
Una spiaggia che ha sempre attirato il meglio: pare che la Regina Isabella II di Spagna ci trascorresse le estati nell’Ottocento.
Noi ci siamo accontentati di un tuffo e di qualche ora di sole, anche se devo dire era piuttosto affollata.

Tornando verso Bilbao, invece di prendere direttamente l’autostrada, abbiamo fatto una deviazione che si è rivelata una delle sorprese più belle della giornata: Playa de Zarautz.
E’ una di quelle spiagge che non ti aspetti.
Lunga 2,5 chilometri, con onde costanti che la rendono una delle mete preferite dai surfisti di tutta Europa.
E’ considerata una delle migliori spiagge per il surf dell’intero continente.


Sul lungomare si susseguono una serie di ristoranti e bar con vista diretta sul mare, quasi tutti con tavolini all’aperto.
Qui abbiamo cenato: pesce fresco, tavolo fronte oceano, il rumore delle onde in sottofondo.
E poi c’erano i cani. Tantissimi. Zarautz è evidentemente amatissima dai baschi che portano i loro amici a quattro zampe a passeggio sul lungomare.
Una sfilata continua di tutte le taglie e razze possibili, tutti felicissimi con la sabbia tra le zampe.

Una scena bellissima, che mi ha portato un filo di nostalgia.
Da qualche mese mi manca Marley, il mio compagno a quattro zampe, che purtroppo ci ha lasciati.
Uno di quei vuoti che certi posti, certi momenti, sanno far sentire più forte.

Rientrati in città in serata, con le gambe che ricordavano bene la scalinata di Gaztelugatxe e le due spiagge, abbiamo fatto una cosa semplice e bellissima: camminare senza meta per il centro di Bilbao. È in quei momenti, senza programma e senza orari, che le città si mostrano per quello che sono davvero.
Ed è così che ci siamo ritrovati davanti allo Zubizuri,il Ponte Bianco, in basco. Uno dei simboli più eleganti della città nuova.
Di sera, con i riflessi sull’acqua del Nervión, è uno spettacolo che vale da solo la passeggiata.

Lo Zubizuri, “ponte bianco” in basco, è noto anche come “ponte di Calatrava”, dal nome dell’architetto spagnolo Santiago Calatrava che lo ha progettato.
I lavori cominciarono nel 1990 e il ponte fu inaugurato il 30 maggio del 1997, quasi in contemporanea con il Guggenheim.
Non è un caso: entrambi fanno parte dello stesso grande progetto di trasformazione urbana che ha cambiato il volto di Bilbao in meno di un decennio.

2° Giorno:

È già ora di fare i bagagli, non per tornare a casa ovviamente, ma per spostarci lungo la costa.
D’altronde, in questo viaggio saremo un po’ dei nomadi in giro per la costa del nord.
Approfittandone dell’occasione, quale miglior modo di iniziare una giornata se non con una una colazione ipercalorica, da Baristas’ Coffee School, un bar/Bakery come piace a noi, a pochi passi dall’hotel e dal mercato centrale.
Puntiamo quindi il navigatore verso ovest in direzione Santander.
Ma prima, a poca distanza dal centro città, c’è una tappa che non possiamo saltare: il Ponte della Biscaglia, o Puente Colgante come lo chiamano qui.
E no, non è “solo” un ponte trasportatore,è il più antico del mondo.
Inaugurato nel 1893 e dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, misura 45 metri d’altezza e 160 di lunghezza, attraversando il fiume Nervión per collegare le cittadine di Portugalete e Getxo.
Fu progettato da Alberto Palacio, uno degli allievi del celeberrimo Gustave Eiffel, con un obiettivo preciso: unire le due sponde senza intralciare il traffico marittimo.
La soluzione? Una gondola sospesa che scivola sull’acqua, appesa all’asse superiore tramite settanta cavi di ferro.
Geniale, davvero.

La gondola può trasportare fino a 6 auto e decine di persone, ed è attivo 24 ore al giorno per tutto l’anno.
La storia del ponte, però, non è stata tutta rose e fiori: durante la Guerra Civile Spagnola fu bombardato e il 17 giugno del 1937, solo cinque giorni prima che il fronte di Bilbao cadesse, venne fatto saltare per rallentare l’avanzata delle truppe franchiste.
Ricostruito e restituito alla sua funzione, oggi è una meta iperdibile se vi trovate nelle vicinanze.
Vale ogni singolo minuto della deviazione.


Arriviamo a Santander intorno all’ora di pranzo, e come vi dicevamo, i mercati saranno un filo conduttore di questo viaggio.
Prima tappa obbligata: il Mercado de la Esperanza, o Mercato della Ribeira, situato nel cuore pulsante della città.
Dimenticatevi i pranzi nei ristoranti turistici: qui si mangia come i locals, seduti tra banchi di pesce fresco, chiacchiere in spagnolo e il profumo di frittura nell’aria.
All’interno troverete decine di stand dove è praticamente impossibile non trovare qualcosa che faccia al caso vostro.
Dalla carne alle tapas di mare, dai pintxos ai piatti del giorno preparati al momento.
Noi, ovviamente, ci siamo buttati a capofitto, assaggiando un pò di tutto. D’altronde “abbiamo molta strada da fare in questi giorni… dobbiamo mangiare!”
E inutile che ve lo dica…la Sangria è d’obbligo. Non è negoziabile.
Se passate da Santander e saltate questo posto, avete sbagliato qualcosa.
Segnate, salvate, mandate il link alla persona con cui viaggerete. Ci ringrazierete.

Usciti “affaticati” dal mercato come da previsione, abbiamo smaltito il pranzo con una passeggiata ai Jardines de Pereda, il polmone verde che si affaccia direttamente sul lungomare di Santander.
È qui che si trova il Centro Botín, e se non lo conoscete, preparatevi a restare a bocca aperta.

L’opera è firmata da Renzo Piano, lo stesso del Centre Pompidou di Parigi e dell’Auditorium di Roma, e si vede.
All’interno ospita spazi espositivi dedicati all’arte contemporanea, ma la vera sorpresa è salire in cima: da lassù si apre una vista sul lungomare di Santander che vale da sola.

Ma il vero motivo per cui volevamo visitare Santander era lei: la Penisola della Magdalena.
Una lingua di terra che si allunga nel Mar Cantabrico, circondata da scogliere, sentieri tra i pini e un’aria che sa di oceano e storia.
Al centro di tutto si erge il Palazzo della Magdalena.

Edificato tra il 1909 e il 1912 come regalo della città di Santander al re Alfonso XIII e alla regina Vittoria Eugenia, domina dall’alto la penisola e l’ingresso della baia.
Il palazzo è un mix architettonico di stili inglesi, francesi e locali, con un risultato davvero molto elegante.


Nel corso della sua storia è stato residenza reale, ospedale, alloggio per le vittime dell’incendio del 1941 e sede universitaria.
Oggi ospita corsi estivi e congressi, ma è liberamente visitabile nei suoi spazi esterni.
La cosa bella è che la penisola si percorre e si circumnaviga interamente a piedi.
C’è anche un piccolo zoo con foche e leoni marini.

Fino ad arrivare sul retro del palazzo, dove la scogliera si apre sul Mar Cantabrico e la vista ripaga ogni passo fatto.
Uno di quei posti in cui ti fermi, guardi l’orizzonte e per un momento sorridi di felicità per questa vista.

A poca distanza dall’ingresso della penisola, quasi a farci un occhiolino mentre tornavamo verso l’auto, c’è El Sardinero. Una piccola lingua di spiaggia dal sapore autentico.
Le onde del Mar Cantabrico che ci tentavano non poco. Se avete voglia di un tuffo dopo la camminata sulla penisola, questo è il posto giusto.

Fatta ormai sera, abbiamo caricato gli zaini in macchina e puntato verso il nostro prossimo nido: La Casuca de Candela, l’appartamento situato a Santillana del Mar.
Piano originale: lasciare i bagagli, mangiare qualcosa al volo e fare un giro nel centro storico del borgo che avevamo segnato da tempo tra le cose da non perdere.
Piano effettivo: completamente stravolto…e per fortuna.
L’host, gentilissima, durante il check-in ci ha guardato con quella faccia da chi sa una cosa che noi non sappiamo, e ci ha detto più o meno così:
“Il centro storico aspetta, ma il tramonto no.”
Ci ha caldamente indicato la Playa de Los Locos, a una decina di chilometri più a nord, dove tutti i locals solitamente vanno per rilassarsi un pò, e ci ha praticamente convinti in trenta secondi.
Detto fatto. In 2 secondi eravamo in Macchina, lungo la strada costiera, con musica e finestrini abbassati.
Arrivati sulla spiaggia ci siamo ritrovati in un posto stupendo.

Surfisti in acqua, un aperitivo in mano. la sabbia colorata dal tramonto e il sole nell’orizzonte che scendeva lentamente verso l’oceano colorando completamento il cielo di arancione.
Niente locali turistici, niente filtri. Solo il Mar Cantabrico che si prendeva la scena.

Il consiglio più bello che potessimo ricevere. Tanto che ve lo giriamo subito: se passate da queste parti verso sera, non ci pensate. andate.

3° Giorno:

Terzo giorno, si riparte dal programma originale. E la prima tappa è proprio fuori dalla porta di casa: il Casco Histórico de Santillana del Mar che si raggiunge a piedi dall’appartamento in pochi minuti, il che è già un ottimo inizio di giornata.
Ora, prima di tutto bisogna sapere una cosa su questo posto: Santillana del Mar è popolarmente conosciuta come la “città delle tre bugie”: non è santa, non è piana e non ha il mare.
Il nome mente su tutto, ma il borgo non delude su niente.
Situata lungo l’itinerario nord del Cammino di Santiago, Santillana del Mar è una bellissima cittadina medievale sviluppatasi intorno alla Collegiata di Santa Juliana, con numerose torri difensive e palazzi rinascimentali che ne fanno uno dei complessi storici più importanti della Cantabria.
Camminare tra le sue strade acciottolate è come fare un salto indietro di qualche secolo.
Pietra, silenzio, cortili nascosti e quella luce particolare che hanno i borghi medievali del nord della Spagna.
Noi ovviamente non abbiamo perso occasione di entrare tra i numerosi negozi artigianali per acquistare qualche souvenir.
Ma c’è qualcosa che non ci aspettavamo e che ha aggiunto qualcosa in più alla visita: I pellegrini.
Ogni anno migliaia di persone dirette a Santiago de Compostela transitano da qui, percorrendo la variante nord del Cammino di Santiago.
Li abbiamo incrociati più volte.
Zaino in spalla, scarponi consumati, quello sguardo particolare di chi sta facendo qualcosa di grande, per loro.
Santillana del Mar è una tappa imprescindibile, un rifugio autentico lungo il Cammino del Nord.
Ammettiamo che un po’ di invidia l’abbiamo percepita.
Stavamo facendo un bel viaggio, certo… ma guardare quei pellegrini camminare ci ha fatto immaginare cosa provano a percorrere certi posti a piedi, passo dopo passo, senza fretta.
Una gioia e un’emozione che probabilmente nessuna macchina può restituire.

Magari un giorno…

A pochi chilometri dal borgo, c’è un’altra tappa che merita un capitolo a parte: le Grotte di Altamira.
Le grotte di Altamira sono un sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO e vengono comunemente chiamate la “Cappella Sistina dell’arte rupestre” e non è un’esagerazione. Le pitture rupestri al loro interno risalgono a circa 14.000 anni fa e raffigurano bisonti, cervi, cinghiali e cavalli, realizzati con pigmenti ocra naturali.
C’è però un dettaglio importante da sapere prima di partire: la grotta originale è accessibile in modo estremamente limitato; solo cinque persone alla settimana, 260 all’anno, tramite una lista d’attesa istituita fino al 2002 e attualmente chiusa.
In pratica, dimenticatevi di entrarci.
Quello che invece potete visitare è il Museo Nazionale di Altamira, che ospita la cosiddetta Neocueva una replica della vera grotta, riprodotta con le stesse dimensioni e gli stessi dipinti, che permette di osservare nei dettagli il grande soffitto con le varie raffigurazioni.
I biglietti si possono acquistare direttamente alla cassa il giorno della visita, oppure in anticipo online tramite il sito.
Vi consigliamo di prenotare in anticipo, soprattutto in estate: i posti si esauriscono in fretta.

Eravamo nella parte di costa più bella dell’intero viaggio e lo sapevamo già mentre guidavamo.
La costa verde asturiana, tra Llanes e i Picos de Europa sullo sfondo, è uno di quei paesaggi che non si riesce a smettere di osservare.
Abbiamo deciso di passare la giornata intera tra una spiaggia e l’altra, senza fretta e senza programma fisso.

Prima tappa: la Playa de Andrín, a pochi chilometri da Llanes.
Piccola e selvaggia.
Sabbia bianca, circondata da alte scogliere, con un isolotto davanti che la separa dalla vicina spiaggia di Ballota.
In bassa marea le due si uniscono in un unica spiaggia.
Non è di certo una spiaggia per chi cerca sdraio e ombrelloni: le onde sono forti, le correnti imprevedibili, e l’ambiente è rimasto sostanzialmente intatto.
Una pausa di relax con vista sulle scogliere, il rumore dell’oceano e pochissima gente intorno. Esattamente quello che cercavamo.

Nel pomeriggio ci siamo spostati verso Niembro, un piccolo paese costiero che è il punto di accesso al mirador di Torimbia.
E già il mirador da solo vale il viaggio: da lassù si abbraccia tutta la costa orientale asturiana in un colpo solo.
Uno di quei panorami che non ti aspetti e che poi non riesci più a toglierti dalla testa.
La Playa de Torimbia, vista dall’alto, ha la forma perfetta di una conchiglia, 500 metri di sabbia bianca protetti da alte scogliere che la riparano dal vento e dall’oceano aperto.

Nel pomeriggio ci siamo spostati verso Cangas de Onís, una delle cittadine più cariche di storia dell’intero nord della Spagna.
Non è grande, non è particolarmente conosciuta dal turismo di massa ed è proprio per questo che ci siamo fermati.
La prima cosa che si incontra arrivando a Cangas de Onís è lui: il Ponte Romano, noto localmente come El Puentón.
Ed è subito una piccola sorpresa: non è romano.

O meglio, sorge probabilmente sullo stesso punto in cui passava una strada romana che collegava l’odierna Oviedo con Santander.
Ma la struttura che si vede oggi è medievale, risalente al XIII secolo, durante il regno di Alfonso XI di Castiglia.
Il nome “romano” quindi gli è rimasto appiccicato per la posizione storica, e in fondo non fa differenza: il ponte è bellissimo lo stesso.
Cinque archi in pietra, tre dei quali a sesto acuto, con quello centrale — il più alto, sotto cui scorre il fiume Sella — che porta appesa una riproduzione della famosa Croce della Vittoria, simbolo delle Asturie. L’originale è custodito nella cattedrale di Oviedo.
La cosa che ci ha colpiti oltre al ponte, era sotto. Nel fiume c’era gente. Tanta gente.
I locals, per sfuggire al caldo del pomeriggio di agosto, si tuffavano direttamente dal ponte e dalle rive nel fiume…ragazzi, famiglie, bambini.
Insomma… una simpatica scenetta di quotidianità asturiana.

Cangas de Onís è anche la porta d’accesso naturale ai laghi di Enol· Picos de Europa, uno specchio d’acqua di origine glaciale incastonati a oltre 1.000 metri di quota nel cuore del Parco Nazionale dei Picos de Europa.
Paesaggi “dolomitici”, consentitemi il termine in un contesto e paese diverso.
Volevamo andarci.
Ma in pieno agosto, con il turismo estivo al massimo, ci siamo scontrati con la realtà: i bus navetta.
l’unico accesso consentito in alta stagione, visto che le auto private sono vietate, erano tutti esauriti.

Consiglio pratico: in alta stagione (luglio–agosto) l’accesso ai laghi di Enol con auto private è vietato.
Il bus navetta parte da Cangas de Onís e i posti vanno prenotati in anticipo.
Quindi non fate come noi, presentandovi il giorno stesso aspettando di trovare posto.
Noi ci siamo andati vicino, e abbiamo dovuto rinunciare.

In serata abbiamo fatto tappa nella città dove avremmo trascorso la notte: Oviedo, capitale delle Asturie.
Appena arrivati, prima ancora di pensare al check-in, ci siamo lasciati attirare dal centro storico per una passeggiata e soprattutto, data la fame… anche per la cena.
La scelta è caduta su La Puerta de Cimadevilla, una sidrería nel cuore del centro.
Rispetto agli altri locali della zona, due cose ci hanno colpito subito: la possibilità di mangiare all’aperto, nella piazzetta di Cimadevilla, con i tavoli sotto le facciate colorate del quartiere più antico della città, e il fatto che il ristorante fosse tra i finalisti del concorso nazionale per il miglior cachopo di Spagna.
cachopo è probabilmente il piatto più rappresentativo della cucina asturiana: due grandi fette di carne di vitello impanate, farcite con prosciutto e formaggio.
Una porzione, in molti locali è infatti un “para compatir”, ovvero da condividere.
Ogni anno si tiene un concorso nazionale dedicato proprio a questo piatto, per premiare i ristoranti che lo preparano con la carne certificata delle Asturie.
Decine di locali da tutta la Spagna si iscrivono, vengono valutati con assaggi anonimi durante settimane, e solo una manciata arriva alla finale al Salón Gourmets di Madrid.
La Puerta de Cimadevilla, proprio il ristorante dove abbiamo cenato, è stata tra i finalisti nazionali, e nel 2023 si è aggiudicata il primo posto assoluto con una ricetta a base di carne asturiana e un ripieno di gochu de monte, formaggio e crema di castagne.
Sapere di mangiare in un locale di questo livello, seduti in una piazzetta illuminata di Oviedo, ha reso la cena ancora più speciale.

Se passate da Oviedo, il consiglio è semplice: non andate alla ricerca del primo ristorante turistico che trovate.
Cercate un locale che faccia del cachopo la sua bandiera. Ce ne sono diversi in città… lasciatevi conquistare.

4° Giorno:

Un po’ di tranquillità era esattamente ciò di cui avevamo bisogno, almeno per qualche ora.
Tra spostamenti continui, scalinate, spiagge e tappe fitte di attività, cominciavamo a sentire i primi cali di energia, quella stanchezza fisiologica che arriva sempre verso metà di un viaggio intenso come quello che stavamo affrontando.
Così, al mattino del quarto giorno, siamo tornati nel centro di Oviedo senza fretta.
Prima colazione con calma, poi ci siamo semplicemente persi per la città,nel senso più bello del termine.
Nessuna lista di cose da vedere, nessun orario da rispettare: solo vicoli, vetrine dei negozietti del centro storico, e quella sensazione piacevole di lasciarsi guidare dal caso.

Tra una vetrina e l’altra, ci siamo ritrovati davanti alla Cattedrale di San Salvador, soprannominata Sancta Ovetensis.
Imponente, prevalentemente gotica, con la sua guglia traforata che svetta sopra i tetti del centro.
Al suo interno custodisce uno dei tesori più curiosi della cristianità: la Cámara Santa, che fu il punto di partenza del Cammino Primitivo, l’itinerario più antico conosciuto verso Santiago de Compostela. Qui è conservato il celebre Sudario di Oviedo, oltre alla Croce della Vittoria e alla Croce degli Angeli, simboli stessi delle Asturie.

A chiudere la mattinata, una tappa quasi obbligata: il mercato principale di Oviedo.
Bancarelle di formaggi asturiani, salumi, frutta e verdura locale, il via vai dei residenti che fanno la spesa.
Un altro di quei momenti che raccontano la città.

Rigenerati dopo un buon pranzo al mercato, nel pomeriggio abbiamo lasciato Oviedo per proseguire verso ovest. La giornata l’avevamo iniziata in modalità “chill”, senza fretta, senza programma rigido. Ci è sembrato giusto chiuderla allo stesso modo. La meta? La Playa del Silencio, a Cudillero.

Arrivata l’ora dell’aperitivo, quale momento migliore per godersi un tramonto su un faro? Ci siamo così fermati a Cudillero, uno dei borghi più pittoreschi e fotografati di tutta la costa asturiana.
Cudillero ha una particolarità unica tra tutti i borghi marinari del Cantabrico: non si vede. Non dalla terraferma, non dal mare.
Si nasconde in un’ansa naturale tra le colline, invisibile fino a quando non ci si entra dentro.
Ha persino un suo dialetto: il pixueto, parlato solo qui. Un borgo con una voce propria, nel senso più letterale del termine.

Il Faro di Punta Roballera, inaugurato nel 1858, sovrasta il porto dall’alto della scogliera e ancora oggi è in piena attività.
Non è visitabile all’interno, ma poco ci importa, quanta basta per scattare delle belle fotografie; soprattutto dal Mirador de La Garita, da quassù la vista su di lui e sull’intera costa è qualcosa di sensazionale.

Dopo il Mirador de La Garita, siamo scesi fino al porto, e ci siamo concessi una pausa caffè sulle terrazze della Plaza de la Marina, dove tavoli si affacciano direttamente sul porticciolo.
Reti da pesca, gabbiani, odore di salsedine e un sidro freddo in mano. La giornata “chill” ha trovato il suo finale perfetto.

Come arrivarci, consigli pratici:
In alta stagione il centro storico di Cudillero è chiuso al traffico, e i parcheggi nelle vicinanze vanno a ruba.
Il nostro consiglio pratico, e ve lo diciamo per esperienza diretta: parcheggiate al Cimitero di Cudillero (lo trovate su Maps, cercate “Cudillero Cemetery”).
È gratuito, tranquillo e soprattutto quasi sempre disponibile, anche in pieno agosto, in quanto non ancora conosciuto.
Da lì si segue un breve sentiero in discesa che parte dal retro del cimitero, che porta direttamente in centro del paese.
La prima tappa impossibile da saltare, sarà quindi Mirador de La Garita: un belvedere senza alcuna fatica, raggiungibile in pochi minuti a piedi, da cui si apre in un colpo solo la vista più bella di Cudillero, il porto, il faro, le case colorate a cascata lungo il versante, il mare sullo sfondo.
Perfetto per la prima foto.
Da lì si scende verso il porto.
La fatica al ritorno? Si, ma quella la si affronta dopo.
Prima ci si gode il paesaggio.

in serata abbiamo fatto nuovamente rientro ad Oviedo per il soggiorno all’Hotel.

5° Giorno:

Salutata Oviedo dopo una buona colazione in centro, abbiamo ripreso la strada verso ovest.
La nostra unica direzione in questo viaggio. Meta serale: Lugo.
Ma prima, una tappa che aspettavamo da giorni: la Playa de las Catedrales, a Ribadeo, appena oltre il confine tra Asturie e Galizia.
Una delle spiagge più fotografate e famose di tutta la Spagna del nord, grazie ai suoi archi naturali di roccia che ricordano le navate di una cattedrale gotica.

Siamo arrivati con il sole, con il costume, con tutta l’entusiasmo del caso.
E ci siamo trovati davanti a un oceano che aveva già rioccupato tutto.
Alta marea.
Gli archi, sommersi.
Noi, a guardare dall’alto.
l nome ufficiale è Praia de Augas Santas, ma tutti la conoscono come la Spiaggia delle Cattedrali.
Il soprannome è tutto tranne che esagerato. Il mare atlantico, nei millenni, ha scolpito nelle scogliere di ardesia e quarzite un’architettura naturale fatta di archi alti fino a 30 metri, Noi siamo arrivati con l’alta marea e tempo nuvoloso.
Doppia sfortuna. Abbiamo potuto goderci solo la vista dall’alto, dai belvedere lungo la scogliera, che comunque regalano scorci spettacolari sulla costa galiziana.
Consolazione parziale, ma insomma meglio di niente no?
Con il meteo che non ci rendeva la vita facile, abbiamo deciso di proseguire, cercando di ritornarci eventualmente in un secondo momento.
Sicuramente le previsioni non erano ideali per un bagno, ma guardando un pò le mappe, ci siamo accorti che da li a poco un faro era nelle vicinanze, e chi mi conosce sa quanto sia appassionato di fari.
C’è qualcosa in quelle torri solitarie sul mare, nel loro compito antico e solitario di guidare chi rischia di perdersi, che non smetterà mai di affascinarmi.
Così la tappa successiva è stata: il Faro di Illa Pancha, a Ribadeo.

L’Illa Pancha è un piccolo isolotto, collegato alla terraferma da un ponte di cemento.
Situato sul confine naturale tra Asturie e Galizia, è il primo faro che si incontra entrando in Galizia da est, e per chi naviga o percorre la costa è da sempre uno dei riferimenti più riconoscibili di tutto il Cantabrico.
Come vedete dal video sotto, in realtà ci sono due fari. Il primo, il vecchio faro storico, fu costruito nel 1857, in pianta quadrata, torre centrale incassata nell’edificio per proteggerla dai temporali atlantici. Rimase in funzione fino al 1983, quando venne sostituito dal nuovo faro, una torre cilindrica in cemento armato alta 13 metri con le inconfondibili strisce bianche e nere, visibile fino a 40 chilometri di distanza.
Il vecchio faro storico, rimasto vuoto per decenni, nel 2015 è diventato qualcosa di unico: il primo faro in tutta la Spagna ad essere trasformato in alloggio turistico.
Una delle esperienze di soggiorno più particolari che si possano immaginare in Spagna.

Per chi come noi non soggiorna sull’isola ma vuole comunque respirarne l’atmosfera da vicino, c’è una piccola consolazione.
un bar con terrazza affacciata sul mare.
Seduti lì, con un bicchiere in mano, i pescatori che lavorano sullo sfondo e i due fari. Viene spontaneo chiedersi cosa si potrebbe desiderare di più.

Più tardi abbiamo percorso l’ultima ora di auto che ci separava da Lugo, un tratto tranquillo, quasi meditativo dopo una giornata piena.
Lasciati i bagagli in hotel, non ci siamo concessi nemmeno il tempo di sederci: fuori di nuovo, a piedi, per un primo giro esplorativo nel centro città.
Non una visita vera e propria, mmh diciamo… più un prendere le misure.
Capire l’orientamento delle strade, sentire l’aria della città, individuare un posto dove mangiare qualcosa.
Lugo di sera ha un ritmo lento e piacevole: gente che passeggia, bar aperti, le mura romane illuminate che si intuiscono in lontananza.
Ci ha fatto una buona impressione, ma ci siamo dati appuntamento al mattino seguente per esplorarla come meritava.

6° Giorno:

Come ci siamo promessi la sera prima, il mattino seguente lo abbiamo dedicato interamente alla visita di Lugo.
Parcheggiata l’auto, ci siamo diretti verso quello che è il simbolo assoluto della città: la cinta muraria romana, la più antica e meglio conservata dell’intera Spagna; anzi, dell’intero Impero Romano d’Occidente.
Non ci vuole molto per capire perché l’UNESCO l’abbia inserita nel Patrimonio dell’Umanità.
Le mura romane di Lugo sono uniche al mondo, sono infatti l’unica cinta muraria romana a essersi conservata integra per tutto il suo perimetro dell’espansione dell’Impero Romano.
Nessuna altra città al mondo può vantare qualcosa di simile oggi.
Furono costruite tra il 265 e il 325 d.C. per difendere la Lugo romana dalla minaccia delle invasioni barbariche. Il perimetro è di circa 2.250 metri, ed alta 12 metri.
Il camminamento superiore è interamente percorribile a piedi ed in mezz’ora percorrerete tutto il giro della città, che vi regalerà degli scorci magnifici.
Il bello del camminamento è proprio questo: non si vede solo la città da fuori, si vedono i dettagli che dal basso resterebbero nascosti. I cortili interni, i tetti, i giardini privati, le terrazze.

Intorno alle 11 siamo partiti da Lugo verso Santiago de Compostela, meno di un’ora di strada, ma un salto temporale e spirituale difficile da descrivere.
Santiago è la meta finale del Cammino di Santiago, uno dei pellegrinaggi più antichi e importanti del mondo cristiano.
Ma anche per chi, come noi, ci arriva in macchina e non con gli scarponi consumati da centinaia di chilometri, l’atmosfera della città è qualcosa di immediato e potente.
Ci abbiamo dedicato mezza giornata, che è il minimo per sentire davvero il posto.
La prima cosa che si fa, naturalmente, è dirigersi verso la Plaza del Obradoiro.

La Piazza dell’Obradoiro è il cuore pulsante di Santiago — e uno degli spazi urbani più scenografici di tutta la Spagna.
Il nome deriva dal galiziano obradoiro, il laboratorio degli scalpellini che per secoli lavorarono qui alla costruzione della cattedrale.
È anche il luogo in cui convergono tutti i pellegrini del Cammino: chi arriva qui dopo settimane di cammino si siede sull’acciottolato, guarda la facciata barocca della cattedrale e, spesso, piange. Una scena che si ripete ogni giorno, tutto l’anno.

Cattedrale di Santiago de Compostela:
I lavori della cattedrale cominciarono nel 1075, durante il regno di Alfonso VI.
All’interno, l’emozione è immediata. La navata centrale romanica, le cappelle laterali, l’altare maggiore barocco con la statua di Santiago pellegrino ricoperta da un mantello d’argento e sotto, nella cripta, i resti dell’apostolo San Giacomo il Maggiore.

Mezza giornata passa in fretta a Santiago. Abbiamo camminato per le strade del centro storico, negozi di souvenir del Cammino, ristoranti con il polpo sul menù, e poi siamo ripartiti verso Muxía, l’ultima tappa del viaggio.
Santiago era la meta di tutti i pellegrini. Muxía era la nostra.
Arrivati all’Hotel fronte mare, abbiamo fatto il check-in nel tempo minimo necessario per non sembrare scortesi, e ci siamo subito catapultati in acqua.
La Praia do Lago, la spiaggia praticamente sotto l’hotel, è una mezzaluna di sabbia fine protetta da un promontorio, con un’acqua sorprendentemente calma per essere parte della cosiddetta “Costa della Morte”.

Asciugati e rigenerati, nel tardo pomeriggio ci siamo spostati a piedi verso il centro di Muxía, a 10 minuti di auto, uno di quei paesini che in mezz’ora si percorre da un capo all’altro.
Il porto, le barche dei pescatori, le case basse affacciate sull’oceano, qualche bar con i tavoli fuori.

Passeggiata lungo il porticciolo, reti da pesca, odore di salsedine, gabbiani che fanno i gabbiani.
Per la cena ci siamo lasciati guidare dall’istinto: As Baleas, un piccolo ristorante con pizzeria nel cuore di Muxía.
Il menu parlava di mare, come giusto che sia, in un paese di pescatori.
Ma noi, ormai irrecuperabilmente dipendenti, abbiamo ordinato ancora una volta il Cachopo.
Questa volta di pollo: più leggero rispetto alla versione classica di vitello di Oviedo, ma ugualmente soddisfacente.
A questo punto era diventato il piatto ufficiale del viaggio.

7° Giorno:

Settimo giorno. Colazione, il solito rito mattutino, e poi una riflessione collettiva: abbiamo la spiaggia letteralmente di fronte all’hotel.
Cosa facciamo? prendiamo la macchina e andiamo a cercarne un’altra, ovviamente.
Direzione Finisterre — la Fisterra in galiziano, la fine della terra.
Il punto più nord-occidentale dell’Europa continentale, dove i romani credevano che il mondo finisse davvero.
Una ventina di minuti da Muxía, lungo una strada costiera che vale già da sola il tragitto.
Prima di tutto ciò però, ci fermiamo a La Playa de Langosteira.
Non è la spiaggia più famosa della Galizia, ma è una di quelle che sorprende di più. Quasi due chilometri di sabbia bianchissima e finissima, le sue acque color turchese e quasi trasparenti potrebbero appartenere a qualsiasi spiaggia del Sud-est asiatico o dei Caraibi, e non è un’esagerazione.

La spiaggia ha anche un altro primato: accoglie i bagni rituali dei pellegrini del Cammino di Santiago che arrivano alla fine del mondo. 
Chi ha camminato fino a Finisterre percorre gli ultimi chilometri proprio lungo questo arenile, si tuffa qui, una breve “sosta” prima dell’arrivo.

Dopo un pranzo in stile picnic sulla spiaggia, nel primo pomeriggio ci siamo spostati verso Capo Finisterre.
Pochi chilometri dalla spiaggia, ma un salto enorme in termini di atmosfera.
Una strada stretta sale tra la vegetazione fino al promontorio, e quando arrivi in cima capisci immediatamente perché questo posto viene chiamato la Fine del Mondo.
La nostra idea era semplice: un primo assaggio nel pomeriggio, per orientarsi e godersi la vista con calma, per poi ritornarci in serata per il tramonto. Data la vicinanza e il tempo a disposizione, ci siamo detti: perché no? Due momenti dello stesso posto, due luci completamente diverse.

Ma il Faro de Fisterra non è solo un faro. E’ il traguardo emotivo di migliaia di persone ogni anno.
Qui si trova il Km 0 di tutte le rotte, un semplice cippo di pietra accanto al faro che per chi ha camminato centinaia di chilometri vale quanto qualsiasi cattedrale.
La tradizione medievale vuole che i pellegrini, giunti fin qui, compissero un rito di purificazione: un bagno nelle gelide acque dell’Atlantico e il bruciare i vestiti indossati durante il cammino, guardando il sole calare sull’oceano. Un gesto di rinascita.
Oggi bruciare abiti o scarpe è vietato, pericoloso per l’ambiente e per la natura protetta del promontorio.
Eppure l’istinto di lasciare qualcosa rimane: c’è chi abbandona una pietra, chi un oggetto caro, chi una lettera scritta durante il cammino.
Non stupitevi se, poco oltre il faro, lungo la scogliera dove si erge una croce di ferro, troverete decine e decine di scarpe da trekking consumate.
E’ il segno fisico di migliaia di percorsi compiuti, il rito che non si riesce a smettere di fare.
E una curiosità che in pochi conoscono: proprio sulle spiagge di Finisterre i pellegrini medievali raccoglievano la conchiglia come prova tangibile di aver raggiunto la fine del mondo.
Da qui nasce il simbolo stesso del Cammino di Santiago — quella concha che oggi si appende agli zaini.

Ovviamente con il tramonto, questo luogo diventa ancora più magico.

8° Giorno:

Sveglia intorno alle 8. Quella sensazione mista di ultimo giorno di vacanza…un po’ malinconici, un po’ ancora assonnati, un po’ già con la testa ai bagagli.
Facciamo le valigie, salutiamo l’Hotel Playa de Lago con la sua finestra sul mare.
Ma prima di puntare verso casa, un ultimo appuntamento. Avevamo un conto in sospeso con la Playa de las Catedrales.
“Eravamo tornati. Questa volta con la marea dalla nostra parte — o almeno così credevamo.”
Circa due ore di strada ci riportano in direzione delle Asturie, fino a Ribadeo.
Arriviamo alla spiaggia con la marea più bassa rispetto alla prima visita,e finalmente gli archi naturali si mostrano, almeno in parte.
Camminare sotto quelle volte di roccia scura, con l’oceano che si ritira lentamente e la sabbia ancora bagnata sotto i piedi, è qualcosa che vale il ritorno.
Quelle formazioni geologiche, scolpite dall’Atlantico in millenni di lavoro silenzioso, viste dall’interno sono ancora più impressionanti di quanto immaginassimo dall’alto.

Detto questo e lo diciamo per esperienza diretta, due volte su due la marea alla Playa de las Catedrales non scherza. Sale veloce, molto più veloce di quanto ci si aspetti. Passeggiando lungo la spiaggia abbiamo avuto qualche momento di tensione nel passare tra gli archi: l’acqua risaliva, i passaggi si restringevano, e la sabbia scompariva sotto i piedi prima ancora di rendersene conto. Niente di pericoloso, ma abbastanza da capire perché l’accesso venga regolamentato con tanta attenzione.

Conclusioni:

1.794 chilometri. Otto giorni. Un nord della Spagna che in pochi conoscono davvero e che, una volta visto, è difficile da dimenticare.
Questo viaggio ci ha confermato una cosa che sapevamo già ma di cui avevamo bisogno di essere ricordati: i posti più belli non sono sempre quelli più facili da trovare.
Il nord della Spagna è ancora un segreto abbastanza ben custodito, e speriamo rimanga tale il più a lungo possibile.
Siamo partiti cercando qualcosa di diverso. Abbiamo trovato archi di roccia, mura romane, fari solitari sull’Atlantico, borghi che profumano di salsedine e sidro freddo.
Non tutto è andato come pianificato, la Playa de las Catedrales vista solo in parte, i laghi di Enol rimasti un miraggio, qualche giornata nuvolosa di troppo.
Ma è proprio lì, nelle cose che non si controllano, che i viaggi diventano storie. E questa storia valeva ogni chilometro.
Se state pensando di organizzare un viaggio simile, speriamo che questo articolo vi sia stato utile.
Non solo per i posti da vedere, ma anche per gli errori da non ripetere.
Prenotate le Catedrales, possibilmente con un pò di fortuna con la marea, prenotate Gaztelugatxe in anticipo, portate uno strato impermeabile sempre nello zaino e ultimo ma non per importanza… concedetevi almeno un cachopo.
Possibilmente più di uno.


A presto con nuovi viaggi e nuove storie da raccontare.
Earthtrails

Gallery